CLAUDIO MARTURANO

Note

All’inizio fu il dominio della visione architettonica, la ricerca razionale ed ortogonale delle proporzioni, la “sezione aurea” soprattutto, ed inaspettate prospettive.
Poi, lavorando ad una certa idea e liberando la mano dal dominio della razionalità, un’improvvisa pulsione alla rappresentazione emozionale ebbe il sopravvento; forse per via simbolica, ma assolutamente e soggettivamente sincera, mai tentando di rimuovere i fantasmi, in favore del fluire libero dell’inconscio.
Tutto nacque grazie al consiglio di qualcuno molto importante:
incidi ed inserisci nelle due dimensioni una striscia di carta colorata o di pelle –
Ed il gioco creativo ebbe inizio!
Tagliando un nuovo, materiale solido ma molto leggero, dipingendo a colori pieni e riassemblando i pezzi in una specie di grande puzzle ma…….. non era ancora finito, si stava sviluppando verso altri sorprendenti sviluppi.


Faccio mio un pensiero di Burri a proposito della “bellezza ferita” nell’accettare il “brutto” del reale.
Basta la bellezza, o la sua spasmodica ricerca, per giustificare l’opera d’arte?
La bellezza non ha funzione di antidoto della castrazione.
L’arte non è la rappresentazione della realtà, è messa stessa ed in sé stessa il “Reale”
Cerco di fuggire dal concetto globalizzante della bellezza che nient’altro è se non l’odierno kitsch.
Due, a volte in equilibrio, a volte divergenti, origini sono all’origine del mio lavoro e si possono sintetizzare in questi concetti:

Wabi Sabi

rappresenta un approccio estetico giapponese, una visione del mondo che accetta la transitorietà, il non finito, la soggettività, l’imperfezione: il contrario del vecchio figurativismo di odierne pulsioni estetiche globalizzate. Wabi Sabi, per me, una sorta di antidoto al kitsch.

L’inconscio

auto-rappresenta sé stesso, disarticola il processo creativo e la griglia delle proporzioni, nell’affermare la creatività libera dall’orrore del fantasma, quando esso compare.
Rifiutando il pensiero comune riguardo la percezione dell’arte, l’opera d’arteesiste e si giustifica in sé e per sé.
Il significante si discosta dal significato.
Il significante, simbolo, pulsione contro la morte, conduce alla rappresentazione di sé; la ricerca del significato distorce il il vero motivo dell’opera d’arte.
Non un lavoro méta-fisico ma méta-psichico, mai ricerca di messaggi o significati oggettivi.
Il segno è conseguente alla pulsione e non vuole rappresentare una realtà o un concetto; il segno si sublima, trasforma la pulsione nel godimento e nel reale.
L’opera non è un lapsus, il significante non conduce necessariamente al significato.
L’arte non è ricerca di armonia o di belle proporzioni ma la liberazione del sogno, della pulsione.
Picasso ha detto: – Io non cerco, trovo! –
Come dire l’opera trova l’artista….
Questa è la verità: l’artista non cerca mai la sua opera ma è trovato da essa.
All’inizio è una struttura concettuale…..il sogno è spinto a spalmarsi sulla prospettiva del piano ed alla terza dimensione, esplorando svariati percorsi mentali e dando forma alle tre differenti rappresentazioni dell’inconscio.

HIC ET NUNC

agire ora liberamente, nel presente, urgenza del fare, abbandonando la rimozione del proprio fantasma, mai guidato dall’idea passato e non prendendo in considerazione il futuro, il progetto.

Ci sono tre principali sezioni che raccolgono i miei lavori, anche se originate da uno stesso processo mentale, si sviluppano in differenti forme ed hanno compimento nella voglia di soddisfazione estetica.